Spring (1971), la meteora

di F.G. Longo –

Spring (1971)
Nel firmamento delle band meteora che affollarono la scena underground inglese all’alba degli anni Settanta, ce n’è una che, più di ogni altra, è stata a posteriori circondata da un alone di leggenda: gli Spring. Leggendario è il loro disco – oggi ricercato da collezionisti di tutto il mondo e venduto a cifre da capogiro anche per merito di una eccezionale copertina apribile in tre parti, opera del fotografo Marcus Keef; leggendaria la loro musica, estasi pura per tutti gli appassionati del suono decadente del Mellotron; leggendarie (per non dire inverosimili) le circostanze che portarono alla registrazione del loro unico album. Originari di Leicester, si formano nel 1969 e, una volta stabilizzatisi come quintetto, cercano di farsi strada nell’affollato panorama rock attraverso sporadici concerti che sorprendono il pubblico se non altro per la vistosa presenza sul palco di ben tre Mellotron che, suonati contemporaneamente dal cantante Pat Moran, dal chitarrista Ray Martinez e dal tastierista Kips Brown, rendono la band quanto di più vicino ad una piccola orchestra rock. Nel 1970, in occasione di un concerto in Galles, il gruppo si ritrova con un guasto al motore del furgoncino e sperduto nel bel mezzo della campagna alla periferia di Cardiff. In zona si trovano i Rockfield Studios, fondati nel 1964 dai fratelli Charles e Kingsley Ward ed ancora oggi esistenti: in un primo momento Kingsley interviene unicamente per soccorrere la band ma poi, affascinato dalle circostanze ed incuriosito dal repertorio degli Spring, offre la possibilità di un’audizione; complice anche l’entusiasmo del produttore Gus Dudgeon, gli Spring vengono rocambolescamente ingaggiati per incidere le loro canzoni.
Registrato pressoché in presa diretta e pubblicato dalla Neon (piccola label facente capo alla RCA), Spring (1971) è un soave miracolo di equilibrio e melodicità, costituito da otto affreschi sonori di media durata. Unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi capolavori progressive dell’underground britannico, è in realtà solo in parte riconducibile ai canoni più tipici del rock progressivo: il repertorio degli Spring è costituito essenzialmente da canzoni (per quanto elaborate) ed in esse non c’è alcuno sfoggio di ostentati tecnicismi, arrangiamenti barocchi o goffe citazioni di maniera. Nell’anno in cui gli ELP esplodono con il rifacimento in chiave rock di Pictures at an exhibition e gli Yes raggiungono il grande pubblico con i barocchismi di Fragile, gli Spring propongono una musica intrisa di una malinconia dolce e disperata, più vicina a certo tenue folk elettrico che al rock sinfonico, priva di qualsivoglia lungaggine e sempre centrata sulla splendida voce di Pat Moran. Certamente sono ben presenti gli agganci al progressive: l’utilizzo a dir poco intensivo del Mellotron richiama ovviamente i King Crimson più romantici, così come la predisposizione per la forma canzone può far pensare al pop progressivo dei Moody Blues o dei Procol Harum, eppure ogni accostamento ad altre band coeve risulta del tutto fuorviante.
Sin dalle primissime note di The prisoner, si evince la cifra stilistica degli Spring, fatta di umori fragili e sofferti, dal taglio impressionista. Un incredibile arrangiamento per tre Mellotron (archi, trombe e flauto), appena sostenuti dalla sezione ritmica e timidi arpeggi di chitarra acustica, esalta al meglio lo spleen emotivo in cui si cala la voce candida e pacata di Moran che qui interpreta la vicenda di un prigioniero che, tornato a casa e preso atto di essere rimasto completamente solo, sceglie di porre fine alla sua vita; Grail risulta, se possibile, ancor più struggente e tormentata: accanto al consueto dispiegamento di Mellotron, vede Ray Martinez destreggiarsi abilmente alla chitarra elettrica attraverso meravigliosi trilli e rifiniture; Golden fleece si distingue per una breve e melodiosa ouverture per solo Mellotron per poi evolvere in una vibrante melodia in cui pop, folk e progressive vanno di pari passo amalgamandosi alla perfezione; la conclusiva Gazing è certamente il capolavoro assoluto dell’album, oltre che il brano maggiormente accostabile al rock sinfonico, in virtù di una stupefacente ouverture strumentale degna dei migliori Genesis che poi cede il passo ad una ballad carica di un pathos doloroso, difficilmente riscontrabile in altri lavori dell’epoca. A conferma dell’estraneità della band a canoni prestabiliti, i quattro brani restanti appaiono distantissimi da ogni narcisismo estetizzante: Boats e Song to absent friends sono due brani di puro folk (l’una per sole chitarre dal vago sapore western, l’altra condotta unicamente dal pianoforte), mentre Shipwrecked soldier ed Inside out ostentano un approccio orgogliosamente rock, talvolta perfino hard: godibilissime ma meno esaltanti, hanno comunque il merito di animare un album che, diversamente, rischierebbe di appiattirsi stilisticamente.
Nel 1972 la band torna in studio per registrare il nuovo disco ma, proprio quando i brani sono in via di completamento, giunge inaspettato il fallimento della Neon: l’album non viene immesso sul mercato e ciò prelude tristemente la fine della band. Trentacinque anni dopo Spring 2 (2007) viene pubblicato postumo, rivelandosi ricco di spunti interessanti ma distantissimo dal fascino tormentato del suo predecessore. Pat Moran diverrà negli anni Settanta e Ottanta uno stimato ingegnere del suono e produttore, lavorando con artisti del calibro di Van Der Graaf Generator, Queen e Rush; il batterista Pique Withers troverà fortuna con i Dire Straits, dei quali sarà fondatore e membro sino al 1982.
Fonte: Petit Melodies